ecco perché mi piace

Puerto Rico …ecco perché mi piace

Alcuni giochi appartengono ad un tempo lontanissimo, il tempo dei miti e delle leggende. Appartengono all’epoca nella quale mossi i primi passi nel mondo dei giochi da tavolo moderni, nella quale scoprii che il darwinismo ludico non aveva raggiunto il suo apice con Tabù, Twenty Questions, Trivial, Saltinmente: anche in Italia, l’evoluzione era continuata in alcune nicchie ecoludiche. Un decennio fa navigai con alcuni compagni oltre le colone d’Ercole del gioco da tavolo: non feci più ritorno. Tutti i giochi che incontrai in questa prima navigazione risvegliarono in me curiosità, ammirazione e un sincero stupore, e mi accompagnarono fedelmente attraverso le disavventure e le gioie degli anni successivi.  Puerto Rico è uno di essi.

Mentre chatto con theSceriff si lascia scappare che non ha mai giocato a Puerto Rico (2002, Andreas Seyfarth), gli chiedo se sta scherzando. “No, non ho mai giocato”. Ci metto qualche istante a rispondere, il tempo di asciugare la birra che mi è caduta sul tavolo per lo stupore: “Va bene, se oggi sei libero vediamo di rimediare”. Lancio la richiesta d’aiuto nel gruppo del “ludocazzeggio” e rimango in attesa. Risponde ThePres: quando la moglie non c’è, i coloni ballano.

Appena finisco di accordarmi per gli ultimi dettagli logistici mi ricordo di un piccolo particolare: non ho più la mia copia di Puerto Rico (in futuro forse vi racconterò perché); in realtà, da buon gamer, nella mia casa non può mancare “il Puerto”, ma si tratta di una copia ancora sigillata della Limited Anniversary Edition: mi sento come se stessi per aprire la botte di Talisker custodita da 35 anni nel caveau della distilleria sull’isola di Skye. Purtroppo non ho altre alternative e, già che devo uscire a piedi per i rifornimenti di birra, allungo un attimo e mi fermo ad acquistare una copia della nuova edizione.

Incomincio a spiegare il regolamento mentre defustelliamo il materiale, istantaneamente ricordo perché fu amore a prima vista: le meccaniche sono semplici ed eleganti, non c’è nulla di superfluo e tutto gira perfettamente. Al proprio turno si sceglie uno dei ruoli ancora disponibili e si attiva, per tutti i giocatori, la possibilità di compie l’azione corrispondente. Colonizzare l’isola con nuove piantagioni è necessario per avere le materie prime mentre costruire edifici permette di migliorare la città e di arrivare a produrre le merci da spedire nel vecchio mondo; i coloni, forza lavoro per piantagioni ed edifici, sono garantiti dal sindaco mentre vendere qualcosa sul mercato locale, limitato nella domanda, permette di raccimolare qualche doblone in più; alla fine del turno tutti i ruoli tornano disponibili. Ogni decisione è sofferta e richiedere di valutare attentamente anche i benefici portati agli avversari.

Giochiamo una “partita d’introduzione”, cercando di far assaggiare a  theSheriff  la profondità del gioco. L’atmosfera è rilassata e ci lasciamo coinvolgere in qualche valutazione strategica collettiva, in questo caso un poco di metagioco non guasta. Alla fine ha vinto thePres, che è arrivato a pari punti con theSheriff, mentre io mi sono accontentato del terzo posto, ad un misero punto di distanza.

Nonostante i suoi quattordici anni di età, Puerto Rico è un gioco che ogni gamer dovrebbe provare almeno una volta. Io lo rigioco sempre volentieri: mi piace sia per la sua eleganza, sia per le belle relazioni costruite al tavolo da gioco tra una spedizione di zucchero e una produzione di caffè.

Se avete tempo, l’invito è sempre valido: io Puerto Rico, voi da bere.

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