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Scythe, mech, vodka e il popolo lavoratore

La settimana precedente alla GMG del 2000 ebbi la fortuna di contribuire all’accoglienza di cinquanta ragazzi rumeni; poi il viaggio continuò per tutti verso Roma. Qualche giorno dopo ci incontrammo, insieme ad altri due milioni di giovani, su un prato a Tor Vergata.

Esattamente due anni dopo, nello stesso periodo, mi ritrovavo su una Dacia sparata a tavoletta tra i Carpazi della Romania, che al confronto Xander Cage e Dominic Toretto guidavano tranquillo. Due equipaggi, otto persone in tutto, di cui gli unici Italiani eravamo io, il Dak e il Casti. Per ricambiare l’ospitalità ricevuta in Italia, ci avevamo preparato un programma di viaggio di 3400Km, da fare in dieci giorni su strade da cavallo e carretto, perché “non sia mai che torniate in Italia senza avere visto le cose più belle”. Giovani della nostra età, che avevano imparato l’italiano grazie a “Non è la RAI”. Stipendi medi da 70$ al mese, 10$ sempre nella patente (non si sa mai che qualcuno ti fermi), in un Paese dove, in caso di operazione, era normale allungare un centone all’anestesista (meglio essere sicuri di risvegliarsi) e al chirurgo.  Mentre l’autista schivava pecore, maiali e carretti, io  dal finestrino osservavo il paesaggio rurale: lavoratori nei campi, taglialegna, donne che tessevano. Aprire la scatola di Scythe è stato quasi come tornare lì. Quasi, perché in Scythe ci sono anche dei cazzutissimi mech!

Scythe (Jamey Stegmaier, 2016) è un gioco che mi piaciuto, fin dalla prima partita. Forse è perché ho vinto io.

Mi sorprende che un gioco come questo, per venire alla luce, sia dovuto ricorrere ad una piattaforma di Crowdfundig (semplifico molto): l’investimento richiesto, 33.000€ , mi sembra alla portata di   qualsiasi editore. Dalla cifra raccolta, 1.800.000€, inizio a pensare che, più che un sistema di finanziamento, questo sia ormai un sistema per accorciare la filiera e  vendere direttamente al consumatore finale azzerando qualsiasi tipo di rischio. In qualsiasi caso, non ci vuole un fiuto da squalo per capire che il gioco è una vera figata molto interessante.

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Come sempre, evito di riassumere il regolamento perché su Giocare In Scatola potete trovare una mezza carrettata di informazioni; mi limito a condividere quattro brevi osservazioni.

La prima è che l’ambientazione, stranamente, mi è piaciuta molto. Ovviamente il gioco potrebbe funzionare altrettanto bene con qualsiasi altra ambientazione, tuttavia il mix di mech&vodka mi sembra riuscito. Le illustrazioni sono molto evocative e funzionali; in alcuni casi, ad esempio nelle carte “incontro”, rappresentano direttamente la scena nella quale si entra con il proprio personaggio.  Pur non essendo un feticista di miniature, in questo caso ho apprezzato la scelta di differenziare, anche tramite i materiali, la parte più “german” (legno) da quella “pseudoamerican”  (plastica). (IMHO) Forse poteva essere migliorata la meccanica di attraversamento dei fiumi.

La seconda osservazione è che ho apprezzato la decisione di non utilizzare una suddivisione del gioco in turni: i giocato agiscono in successione, un round dopo l’altro, in modalità race. Questo implica alcune scelte di design particolari, che l’autore dimostra di saper padroneggiare ad arte. Vediamone alcune. Generalmente la suddivisione in turni introduce degli automatismi di “fine turno” che permettono di modulare le curve di attenzione e coinvolgimento, e garantiscono una breve pausa di “recupero” che modifica il livello di tensione. La modalità “gara”, unita ad una condizione di fine gioco istantanea (il gioco termina appena raggiunta), obbliga a mantenere sempre alta l’attenzione. Il gioco “fluisce” in modo continuo, senza pause. Ad ogni round il giocatore può eseguire una oppure due azioni, molto semplici, che possono anche fornire bonus agli avversari. La condizione di fine gioco è legata al raggiungimento di 6 obiettivi (su 10 possibili).

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Scythe è un gioco volutamente (bi)asimmetrico: la plancia della fazione e la plancia delle azioni hanno peculiarità differenti. Anche giocando con la stessa fazione, in partite differenti, i giocatori sono obbligati a modificare la strategia di gioco in modo da massimizzare l’efficacia delle abilità combinate.  Trovo molto elegante funzionale la meccanica di “sviluppo” tecnologico che gestisce, con un unico cubetto, la possibilità di migliorare due azioni differenti (in una migliorando gli effetti, nell’altra riducendo i costi di attivazione).

L’ultimo aspetto che mi ha colpito positivamente è il sistema di punteggio che lega insieme il raggiungimento dei sei obiettivi (condizione di fine gioco), il controllo dei territori e le risorse prodotte, pesate in base “all’effetto leva” generato dai punti popolarità. Non basta “fare cose”: bisogna anche guadagnarsi il supporto del popolo!

Concludendo (per ora), posso sbilanciarmi affermando che il gioco mi sembra ben fatto. Evito di “gridare al miracolo” presentandolo come il-gioco-da-avere-assolutamente, però è sicuramente da giocare. Le meccaniche di “gestione risorse” sono semplici ma funzionali; quelle di “controllo di area” sono intuitive, e la parte di “combattimento” è (a mio avviso) più incentrata sulla difesa attiva che sull’attacco diretto.

Nel complesso, io l’ho trovato abbastanza innovativo.

E poi ci sono i cazzutissimi mech!

 

SCYTHE

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