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Quale Bellezza salverà il gioco… dai “gamer”?

Questa volta vi consiglio di leggere altro.

I social media sono una fonte inesauribile di supercazzole estreme, ed il mondo dei giochi da tavolo, ovviamente, non ne è immune. Tempo fa mi ero brevemente soffermato sulla piaga dei “marchesi del Grillo” che infestano le conversazioni più disparate: qualche centinaia di commenti, trasudanti odio e sarcasmo, ogni volta che un post contiene le parole “Monopoly” oppure “Risiko”, e l’incapacità congenita di separare concetti come “divertente”, “bello”, “ben fatto”, “che piace a me”. Purtroppo quella dei farisei ludici, gamer duri&puri che impugnano in una mano le tavole degli errori di game design (così parlò René Wiersma) e nell’altra lo “scudiscio benedetto del penitenziagite”, è una piaga che difficilmente scomparirà. 

Recentemente mi sono imbattuto in una serie di post che, sia per i “toni” utilizzati, sia per alcune delle argomentazioni sostenute, mi hanno fatto riflettere sul il mio approccio al mondo del Gioco da Tavolo. Ho provato quindi a rileggere la situazione attuale partendo da alcune premesse di quasi vent’anni fa. 

Come ho già raccontato in precedenza, a partire dagli anni dell’università ebbi la fortuna di collaborare, per più di un decennio, con l’ufficio di di pastorale giovanile della mia diocesi. Anche se gli ambiti “di azione” furono molteplici, quello che più mi appassionò riguardava la formazione degli animatori  dei GREST, ovvero di quei ragazzi e giovani che, negli oratori e nei centri estivi, avrebbero dedicato, gratuitamente, parte del loro tempo per far divertire i bambini più piccoli. Finii con lo “specializzarmi” nell’area ludica: giochi da cortile, cacce al tesoro, giochi “contenitore”, di investigazione oppure di comitato. L’obiettivo era quello di fornire, tramite sussidi, corsi residenziali, incontri dedicati, un metodo che potesse essere applicato in realtà differenti: dalla periferia della grande città al paesino di montagna.

Ricordo che la “ricetta speciale” per la realizzazione di un buon gioco includeva vari ingredienti comuni che dovevano essere scelti e “miscelati” con cura: i destinatari (età, numero, sesso, ecc), l’ambiente (all’aperto, al chiuso, di giorno oppure di notte, un cortile, un bosco), l’occasione di gioco e il tempo a disposizione (“filler” mentre si aspetta il pullman per la piscina, una giornata a tema, un evento ricorrente, ecc), infine i materiali (belli, sicuri e riutilizzabili). Tutto ciò copriva soltanto il 20% della possibilità di una buona riuscita. Un altro 30% veniva colmato dalla spiegazione del gioco, perché “un conto è il saper giocare, altra cosa è spiegare come giocare”. Al restante 50% ci arrivo tra poco.

Il “fil rouge” che collegava i vari ingredienti era un assioma molto semplice “La Bellezza salverà il gioco”. L’implicazione era chiara: “cari ragazzi, proponiamo giochi Belli, divertenti, curati nei particolari, spiegati bene oppure… lasciamo perdere”. In realtà la genesi era più profonda e articolata e si ispirava alla lettera pastorale del nostro Arcivescovo che, nel 1999, chiedeva “Quale Bellezza salverà il mondo?” (riprendendo l’Idiota di Dostoevskij… ma non è questa la sede giusta per approfondire il discorso). 

Oggi credo che occorra fare un passo in più per arrivare a chiedersi: “Quale Bellezza salverà il gioco… dai gamer?”. Perché i gamer, ormai, sono quasi una piaga (micro)sociale. 

Sarà, forse, la bellezza dei materiali? carte resistenti, quintali di miniature, monete in metallo e plancette da cinque millimetri di spessore?

Sarà la bellezza di meccaniche, e dinamiche, iperperfette e senza alcun “errore” di game design? quella dei regolamenti chiarissimi, senza errori, tradotti bene, con tanti esempi e i videotutorial integrati?

Se così fosse, la bellezza diventerebbe una responsabilità degli editori, quasi un imperativo categorico. Ma è corretto chiedere agli editori di perseguire come fine la bellezza? Io non credo. Siamo tutti consapevoli che, molto pragmaticamente, spesso occorre decidere tra “fare giochi belli” e “fare giochi che vendono”: i cataloghi degli ultimi anni contengono già la risposta; se date un’occhiata ai siti ufficiali dei principali editori troverete molti riferimenti al “divertimento” ma, come “mission”, nessun cenno alla bellezza.

La vera Bellezza che salverà il gioco è quella dei giocatori. Equivale al 50%, a cui accennavo prima, che mancava per garantire “una buona riuscita”: qualsiasi gioco, che sia da cortile oppure che sia da tavolo, deve “fare i conti” con le persone.

Termino questa supercazzola di fine estate con un consiglio molto semplice: prima di preoccuparci della bellezza dei giochi da acquistare, preoccupiamoci di quella dei giocatori che siedono attorno al tavolo con noi. Al pari delle nostre collezioni di giochi da tavolo, forse qualche contatto (sia esso virtuale oppure reale) andrebbe periodicamente “revisionato”. 

La vita è troppo breve per sprecarla giocando giochi dimmerda mediocri insieme a dei rompicoglioni persone fastidiose..

Amen Bro.

bruegel_gioco

 

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